La scena non era piatta
Carlo Coretti, la stereoscopia e una modernità dello sguardo che non sapeva ancora di chiamarsi così.
Nota: questo testo non è un documento storico, ma una voce possibile. Nasce dallo studio delle stereoscopie di Carlo Coretti e da una domanda: cosa accade quando una tecnica considerata antica costringe invece lo sguardo a costruire lo spazio in modo sorprendentemente moderno?
“Non cercavo il moderno.
Non avrei saputo chiamarlo così, e forse non mi sarebbe nemmeno interessato. Cercavo piuttosto un punto da cui le cose smettessero di stare soltanto davanti a me e cominciassero a disporsi nello spazio.
Una facciata presa di fronte poteva anche essere corretta. Nitida, composta, utile a ricordare un edificio. Ma spesso restava muta. Stava lì, come una cosa già saputa. La stereoscopia mi aveva insegnato a diffidare delle immagini troppo piatte: sembrano ordinate, ma non sempre trattengono la vita.
Perché una fotografia stereoscopica funzioni davvero non basta scegliere un soggetto. Bisogna costruire una distanza. Qualcosa deve stare vicino, qualcosa nel mezzo, qualcosa più lontano. Un albero, una colonna, un arco, una persona che passa, una carrozza ferma sul margine della strada. Non erano accessori. Erano ciò che permetteva allo spazio di aprirsi.
Molti guardano un monumento e cercano di isolarlo. Io, sempre più spesso, cercavo ciò che gli stava davanti.
Non per distrazione. Perché un monumento isolato può diventare un oggetto morto, anche quando è magnifico. Ha bisogno di aria intorno, di una misura umana, di una strada che lo conduca verso chi guarda. Ha bisogno di qualcosa che dica: questo luogo non è solo esistito, è stato attraversato.
Le lastre più rapide permettevano alla città di entrare con maggiore naturalezza. Le figure potevano apparire, non solo posare. Un passante non rovinava la veduta: le dava tempo. Un bambino vicino a un muro, una donna seduta all’ombra, un cane, un’insegna, un parapetto: presenze minime, eppure necessarie. Spesso sono loro a dare alla scena una verità che il monumento da solo non avrebbe.
Non ero un fotografo di strada. Non avrei usato questa espressione. La strada, però, entrava nelle fotografie. Entrava anche quando fotografavo una chiesa, un museo, uno scavo, un padiglione, una piazza. Entrava perché il mondo non si lascia dividere facilmente tra soggetto e contorno. Ciò che sta intorno è spesso la parte più rivelatrice.
Per me, che venivo da Trieste, fotografare l’Italia non poteva essere neutro. Avevo dovuto desiderarla prima di poterla abitare. Roma, Venezia, Firenze, Ravenna, la Sicilia, i laghi, le Alpi: ogni luogo, anche il paesino più piccolo, aggiungeva un frammento a una geografia più grande. Non era soltanto turismo. Forse era un modo di ordinare l’appartenenza.
La fotografia non ferma il tempo. Mostra che il tempo ha sempre più strati: quello della pietra, quello del corpo, quello della luce, quello di chi guarderà dopo.
La stereoscopia, con i suoi due occhi, sembra saperlo meglio di altre tecniche. Non si accontenta di una superficie. Chiede profondità. Chiede che le cose non siano semplicemente presenti, ma disposte.
E disporre le cose nello spazio significa anche pensare.
Se oggi qualcuno osserva quelle immagini e vi trova una forma di modernità, non credo sia perché io guardassi avanti. Forse guardavo soltanto abbastanza dentro.
Il futuro spesso riconosce come moderno ciò che nel proprio tempo era solo necessario.
Io non cercavo il moderno.
Cercavo il punto in cui una scena smetteva di essere piatta.”
Carlo Coretti




E' vero!